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Tredici: Netflix porta il teen drama nell'era digitale, tra bullismo e un mistero da risolvere

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Tredici: Netflix porta il teen drama nell'era digitale, tra bullismo e un mistero da risolvere

Ci siamo trovati spesso a dire, parlando delle sue produzioni originali, di come la storia sia l'elemento dominante per Netflix. Tredici (13 Reasons Why nella versione originale), disponibile con i 13 episodi della prima stagione dal 31 marzo, non fa eccezione. Primo importante passo di quello che possiamo ormai considerare un colosso mondiale dello streaming in un genere, quello dei teen drama (ovvero le serie rivolte prevalentemente a un pubblico di adolescenti), uscito dal suo periodo più vivido da almeno un decennio, la creazione di Brian Yorkey basata sul romanzo omonimo di Jay Asher non si appella a mezzi facili o moderni per affascinare lo spettatore, come protagonisti sex symbol e "treshiume" sul filo della rete. Semplicemente, Tredici racconta con una sincerità e una lucidità che potrebbero sembrare qualcosa di nuovo per i ragazzi di oggi ma ricordano piacevolmente piccoli capolavori di una volta come One Tree Hill e Veronica Mars un periodo della vita che rimane complesso. Un periodo fatto di disperazione, invidie, amori impetuosi o non ricambiati, rivalità e vessazioni.

Tredici

IL MISTERO DI HANNAH. Strategicamente, Tredici arriva mentre l'attuale massimo rappresentate del genere, Pretty Little Liars, volge al termine. Sebbene siano due serie diverse, nel senso che qui non ritroviamo né il glamour né l'ossessione per il gossip di quest'ultimo e di altri teen drama recenti, l'una sembra volersi rivolgere al pubblico dell'altra perché entrambe raccontano la storia di un mistero, ritraendo con grande capacità lo stereotipo dell'adolescente in un'epoca più moderna, l'era digitale. "Ehi, sono Hannah. Hannah Baker. Mettiti comodo, perché sto per raccontarti la storia della mia vita. In particolare, come mai è finita". Sono le prime parole che Clay Jensen (interpretato dall'attore di Scandal Dylan Minnette), un liceale troppo silenzioso e solitario per far parte del gruppo dei popolari ma abbastanza affascinante per non passare del tutto inosservato, ascolta dopo aver trovato una scatola piena di audiocassette sul portico di casa. Hannah era una sua amica, la ragazza per la quale si era preso una cotta, morta suicida poche settimane prima per ragioni che quelle registrazioni pare stanno per rivelargli.

Interpretata dall'esordiente Katherine Langford, un'attrice con gli occhi da cerbiatta che la produzione ha dovuto andare a prendere in Australia, Hannah, come rivelano i numerosi flashback, tali da costituire di fatto metà della serie, era diventata una persona importante nella vita di Clay dopo il suo arrivo in città. I due non erano solo compagni di classe: lavoravano insieme al cinema locale e i caratteri compatibili li avevano fatti diventare velocemente l'una la spalla e il confidente dell'altro. Ma il liceo, lo sappiamo, è un ambiente spietato, e mentre Hannah vive le sue esperienze, qualcosa - più di qualcosa, in realtà - va terribilmente storto, trascinandola in quella spirale che finisce col convincerla che l'unica via d'uscita sia la morte. Ognuna delle sue audiocassette perfettamente decorate ed etichettate è un nome nella lista nera del fantasma di Hannah. Approfittatori e prepotenti, ma anche complici e confidenti, come lo stesso Clay. Alcuni dei drammi che Hannah affronta possono sembrare relativamente banali, visti singolarmente. Altri, invece, si configurano come veri e propri reati, e Clay ripercorre attraverso il racconto della sua amica tutta la drammaticità dell'oscura ultima fase della sua giovane vita.

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ESSERE GIOVANI. Tredici ritrae sapientemente il mondo degli adolescenti, così ricco di possibilità e spensieratezza ma, come purtroppo la cronaca racconta, anche crudele e talvolta tragico. Minnette e Langford interpretano con lodevole grazia e impegno le diverse sensibilità dei loro personaggi, solo una parte di un ricco giovane cast sul quale gli autori sono riusciti a costruire un ventaglio di caratteri che funziona. Apprezzabile è anche il lavoro degli attori più adulti, prima fra tutti Kate Walsh (Private Practice), credibile nel modo in cui ricerca la profondità del ruolo di una madre attenta prima e di una madre distrutta dal dolore per la perdita di sua figlia dopo. E se il nome di Yorkey era una garanzia, se non altro per quel Pulitzer ritirato nel 2010 per Next to Normal, evidente è anche la mano della produttrice esecutiva Selena Gomez, quasi certamente anche nella scelta di una notevole colonna sonora.

È vero, ci s'imbatte in qualche cliché lungo la strada, e molte delle situazioni ritratte sono state già ampiamente sviscerate dalla tv in passato (e come potrebbe essere altrimenti, non sono forse esperienze dalle quali in un modo o nell'altro ogni adolescente deve passare?), ma Tredici riesce in qualcosa oggi non più comune nelle produzioni pensate per il pubblico più giovane, e per quella parte del pubblico più adulto che ama questo genere di storie perché gli ricorda i ben tempi trascorsi in compagnia di Dawson Leery e coetanei: fare un ritratto franco di come ci si sente a essere giovani nel mondo di oggi, di come si affronta quel sentimento logorante di essere troppo cresciuti per comportarsi da bambini e ancora non abbastanza adulti per affrontare il mondo come si vorrebbe. E mentre fa tutto questo, la serie riesce anche in un'azione di denuncia contro quei molti tipi di bullismo che le istituzioni spesso non vedono e contro quegli atteggiamenti tossici di cui le famiglie spesso non si accorgono. Questioni che possono fare la differenza nelle vite di ragazzi che non comunicano e che il mondo attorno a loro spinge a crescere troppo velocemente.



Emanuele Manta
  • Redattore specializzato in Serie TV
  • Appassionato di animazione, videogame e fumetti
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