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The Young Pope: recensione delle prime due puntate della serie di Paolo Sorrentino

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The Young Pope: recensione delle prime due puntate della serie di Paolo Sorrentino

Su Paolo Sorrentino esiste oramai un pregiudizio critico che ha travalicato i confini nazionali, ma che in Italia è particolarmente sentito, che faccio una grandissima fatica a comprendere. Non sono tra quanti amano ragionare per estremismi e per fazioni, non amo particolarmente il tifo, di conseguenza non prendo come un fatto personale che qualcuno spari giudizi più o meno sferzanti su quel che mi piace. Né generalmente, a casi più o meno estremi, scredito qualcuno intellettualmente per questo.
Il pregiudizio critico su Sorrentino, però mi infastidisce: perché spesso un filo rancoroso e viziato da pseudo-intellettualismi farlocchi e sciocchini.

Fatta questa premessa, va detto subito che, stando ai primi due episodi, The Young Pope si preannuncia una serie straordinaria, nella quale il regista napoletano non solo conferma di essere un (grande) autore, ma di essere un grande autore molto intelligente.
A dimostralo basterebbe, a livello immediato e superficiale, vedere come di fronte alla specificità di una serie, che non è la stessa cosa del cinema, Sorrentino abbia messo la scrittura e i personaggi davanti a tutto, davanti a quelli che i detrattori chiamano "i sorrentinismi": che, fortunatamente, non sono affatto assenti, ma piazzati nei momenti giusti (basta l'esempio di un incipit visivamente straordinario, nel quale il giovane Papa di Jude Law gattona fuori da una enorme piramide di neonati piazzata nel bel mezzo di Piazza San Marco) o stemperati o dissimulati le tessuto di un racconto primariamente verbale (e qui si potrebbero citare numerosi movimenti di macchina, assieme alla gestione di un canguro che, a un certo punto, fa letteralmente capolino nella storia.
Basterebbe, in seconda battuta, vedere il lavoro fatto di Sorrentino con e sul cast: e qui mi limito a citare Jude Law nel ruolo forse più adatto a lui che abbia mai affrontato, e un'interpretazione che forse è la migliore della sua carriera; un Silvio Orlando bravo come non era da molti anni, e capace di una perfetta alchimia con Law; la scelta di Javier Camara in un ruolo che si prospetta fondamentale nella storia.

Ma, sopra tutto questo, per quanto fondamentale e fondativo, c'è il modo con cui The Young Pope approccia la Chiesa e il Vaticano, la Fede e la santità, cogliendone le sfumature sottili tanto quanto gli opposti iperbolici.
Il Papa di Law è un personaggio spiazzante, inafferrabile, incomprensibile, sublime e terrificante. Sogna la sua prima omelia in Piazza San Pietro come un discorso radicalmente e rivoluzionariamente progressista, ma nel suo agire si rivela arrogante, decisionista e complesso: nelle sue stesse parole amante della formalità, insofferente irascibile, vendicativo, che da sempre si è "allenato" a rimanere inafferrabile per il suo interlocutore. Le sue azioni sono sì rivoluzionarie e sconvolgenti (come la prima, vera omelia che chiude la seconda puntata), ma in una direzione tutta diversa e imperscrutabile, che sconvolge i poteri e gli equilibri vaticani.
Dove condurrà l'agire di Papa Pio XIII, nella serie di Paolo Sorrentino, è tutto da scoprire.  Ma è chiaro che la sua è una figura capace di essere angelica e diabolica assieme, coacervo di contraddizioni tutte da risolvere: che sono le contraddizioni della Chiesa, della Fede e dell'Uomo.
Il tutto, calato in un contesto che è stato più volte paragonato a quello di House of Cards, nel racconto di un mondo che è politico e basato sul potere, cui si assommano però la fascinazione e la complessità della religione, e una dose massiccia di ironia che si esprime in one-liner taglienti e astute. E quindi, oltre ad appassionare, affascinare, inquietare, The Young Pope sa anche divertire molto: che è sempre cosa importante.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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