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Il miracolo: recensione in anteprima dei primi due episodi della serie tv ideata, scritta e diretta da Niccolò Ammaniti

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Il miracolo: recensione in anteprima dei primi due episodi della serie tv ideata, scritta e diretta da Niccolò Ammaniti

L’immagine è senza dubbio potente.
L’immagine da cui - dice Niccolò Ammaniti - tutto è partito. L’immagine di una grande piscina al coperto, vuota, interamente foderata da un enorme telo di plastica; a ridosso di uno dei lati corti, al suo centro, un piccolo scaffale in metallo; sopra lo scaffale, una statuetta della Madonna, in plastica, di poche decine di centimetri; sotto lo scaffale, e sotto la statuetta, un grande contenitore in plastica trasparente che raccoglie il sangue (umano) pianto dalla Madonna. Nove 9 litri di sangue umano l’ora, senza interruzione.
L’immagine è potente, e perturbante: l’immagine chiave di Il miracolo, la serie ideata, scritta e diretta da Niccolò Ammaniti (ma assieme a Francesca Manieri, Francesca Marciano e Stefano Bises per quanto riguarda la sceneggiatura, e con Francesco Munzi e Lucio Pellegrini per quanto riguarda la regia), che verrà trasmessa da Sky Atlantic dall’8 maggio.
Otto puntate per sette giorni di racconto, nel corso dei quali questo miracolo - quest’anomalia, quest’apparizione inconcepibile, aliena e sconvolgente - impatterà in tutta la sua dirompenza contro le vite di un gruppo di personaggi che ne custodiscono il segreto: un generale dei Carabinieri alla guida del team che l’ha ritrovata nel covo di un boss della ‘Ndrangheta; un giovane e risoluto Presidente del Consiglio alle prese con una grave crisi politica che potrebbe segnare la fine della sua carriera; un improbabile prete malato di gioco e sesso, in crisi con la sua vita e la sua fede; una giovane ematologa dall’anziana madre malata. E, indirettamente, su altri personaggi a questi collegati: l’irrequieta moglie del premier e la tata dei suoi figli; una donna innamorata irrazionalmente di quel parroco scapestrato.

Quello di Il miracolo è un mondo chiaramente appartenente alla galassia della fantasia e della sensibilità di Ammaniti: vi si riconoscono moltissimi dei suoi marchi di fabbrica, delle sue ossessioni, dei suoi personaggi.
Un mondo che, coerentemente con la produzione letteraria dello scrittore, flirta con l’idea di una qualche apocalisse imminente (certo, l’inspiegabile miracolo, ma anche, dal punto di vista dello scenario politico, un imminente referendum che potrebbe portare l’Italia fuori dall’Europa, come accaduto per il Regno Unito) ma non disdegna gli sprazzi di luce; che scava tra le radici più arcaiche della nostra cultura (cattolica certo, ma non solo: e in qualche modo quella parte di storia che fa da prologo a ogni puntata -  ambientata in Calabria, e curata specificatamente da Francesco Munzi - sta lì a dimostrarlo) ma è attentissimo alle istanze del presente.
Un mondo che è popolato da personaggi complessi e spigolosi, pieni di sfumature, di luci sì, ma anche di ombre. Inafferrabili, indecifrabili anche loro.

Come si reagisce di fronte a un evento che non si spiega con la ragione né con la scienza? Cosa vuol dire per persone che già vivono sulla loro pelle, e nel loro animo, le mille, logoranti complessità del presente, fare i conti con qualcosa di incomprensibile, vedersi dilaniati da domande e pensieri prima di quel momento inconcepibili?
Il cuore di Il miracolo non tocca affatto corde sociologiche, o politiche nel senso più ovvio e collettivo del termine: il suo racconto scava invece dentro la psicologia dei personaggi, e li costringe, e ci costringe, a fare i conti al più con l’antropologia, con le basi del nostro pensiero, con il Mistero: non necessariamente inteso dal solo punto di vista cattolico.
E anche questo, a guardar bene, è un meccanismo tipico di Ammaniti.
Se c’è qualcosa del suo autore che manca, in Il miracolo, è forse il suo registro più grottesco, e ironico, perlomeno nelle due puntate della serie che sono state mostrate in anteprima. Ma forse lo sberleffo c’è, nelle pieghe del racconto, meno evidente ma più profondo, complesso, e disturbante.
Disturbante, Il miracolo, lo è più riprese: se per disturbante possiamo e dobbiamo intendere non solo qualcosa di legato col meccanismo della repulsione, ma anche ciò che disturba il nostro stato di quiete relativa, che ci disallinea rispetto agli schemi che ci imponiamo, che scuote e fa deragliare con delicatezza la comodità del nostro pensiero prefissato. Il sangue che sgorga inarrestabile, certo. Ma anche due bambini, i figli del premier, alle prese con qualcosa di inquietante, e di perverso, e la loro tata così pia che sembra a contatto con qualcosa di antico, e di inenarrabile. E quel prete che conosciamo prima con gli abiti di chi è dipendente dal sesso, e dal gioco, e solo dopo con quelli talari.
E c’è cupezza, in Il miracolo. Anche dal punto di vista fotografico.
C’è una pesantezza plumbea, un’ansia che si lega alla Roma monumentale o degradata, che fa il paio con quella dei protagonisti, ma c’è anche la ricerca di una luce, e di una speranza, proprio di fronte alla fonte delle ansie, e del sangue. La ricerca di un riscatto, o di una via d’uscita.

S’intuisce, tutto questo, nei primi due episodi, così come si capisce che la trama si farà sempre più complessa, e i rapporti tra i personaggi più ingarbugliati, e tesi.
Tese, narrativamente, le prime due puntate di Il miracolo, lo sono già. Appena qualche lungaggine di troppo nella prima, magari, ma quasi non si fa a tempo a notarle, che subito tutto si compatta, e si velocizza, senza mai esagerare.
Considerando che quel che si vede nasce dalle mani e dalla visione di tre registi molto diversi tra loro (anzi, due due registi assai diversi tra loro e di un esordiente assoluto come Ammaniti), e che ogni episodio contiene sequenze girate da ognuno dei tre (come detto, solo i prologhi calabresi sono tutti di Munzi), Il miracolo ha anzi una compattezza e una coerenza formale decisamente invidiabile, e di alto livello. Così come solide sono le interpretazioni dei protagonisti, scelti in maniera felicemente eterogenea: Guido Caprino, Alba Rohrwacher, Lorenza Indovina, Sergio Albelli, Elena Lietti, Tommaso Ragno, solo per citare i principali.
Perché è evidente che la scommessa di Il miracolo (vinta, per quanto abbiamo visto, da Ammaniti e da chi ha lavorato con lui, in tutti i reparti, produzione compresa) è stata quella di mettere assieme persone, temi, elementi, registri molto diversi tra loro, e di ricavare energia e calore dalla loro fusione.
Il risultato, allora, è quello di un oggetto misterioso e affascinante, che porta chiara sì la firma del suo creatore, ma che ha mille sfaccettature, che ogni volta che ti pare di averlo fissato in un ritratto cambia tono, e fisionomia, e sta lì, a interrogarti, a girarti nella testa, come un tarlo, come una mosca che ronza, e tu non sai che fare né che dire, né che aspettarti.
Senza appigli né risposte, come i protagonisti di fronte a quella statuetta di plastica che piange sangue, in una piscina, sottoterra, senza fermarsi mai.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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