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Hill House: la recensione della serie horror Netflix di Mike Flanagan tratta dal romanzo di Shirley Jackson

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Hill House: la recensione della serie horror Netflix di Mike Flanagan tratta dal romanzo di Shirley Jackson

Pubblicato per la prima volta nel 1959, "L'incubo di Hill House" è un romanzo tutto sommato non particolarmente lungo. Nell'edizione italiana, pubblicata da Adelphi, arriva a 240 pagine.
Quello che mi chiedevo spesso, mentre vedevo la serie Netflix diretta da Mike Flanagan che lo adatta, nei momenti in cui la tensione non mi paralizzava lo sguardo e il cervello, era allora se davvero c'era bisogno di trasformare questo libro di Shirley Jackson (che già è stato alla base dello splendido Gli invasati di Robert Wise, e del meno riuscito Haunting - Presenze di Jan De Bont) in una serie da 10 puntate di praticamente un'ora ciascuna.
Ma mettiamo da parte questa domanda, e facciamo un passo indietro.

Hill House racconta la storia di una famiglia, e di una casa infestata. Di come questa casa abbia portato la morte nella famiglia, e ossessionato le vite di chi è rimasto in vita.
La famiglia Crane è formata da padre (Hugh), madre (Liv), e cinque figli: il maschio primogenito, Steve, poi Shirley, Theodora e i gemelli Nell e Luke.
La casa è enorme, gotica, decandente. Malvagia.
I Crane vi si stabiliscono verso la fine degli anni Ottanta, per ristrutturarla e rivenderla, ma la loro permanenza è brevissima, e travagliata: molti, se non tutti, vengono perseguitati da strane visioni; e una fatidica, terrificante notte, Hugh porta via i ragazzi, mentre Liv rimarrà nella casa, e non ne uscirà viva.
La serie di Flanagan racconta, sempre più dettagliatamente, e in maniera sempre più inquietante, gli eventi di allora, alternati a quelli di oggi, di un presente dove i Crane, oaramai tutti adulti, hanno cercato di fare i conti con le loro cicatrici nei modi più diversi: chi negandole, chi osservandole ossessivamente, chi annullandosi nella droga.
Fino al momento in cui, e Flanagan questo racconta, tutti loro saranno costretti ad affrontare quello che è accaduto in quella casa e in quella notte, scoprendo verità terribili sulla famiglia, i fantasmi che la abitano, e loro stessi.
Lo racconta mescolando senza soluzione di continuità i due piani temporali, i loro frammenti, evidenziando corrispondenze e conseguenze, richiamando in questo modo (anche attraverso uno stile di ripresa morbido, fluido, spesso giocato sui movimenti di macchina circolari) quella che si rivelerà essere nel racconto una fondamentale concezione del tempo non lineare.

C'è poco da fare: The Haunting of Hill House fa paura. E molta.
Una paura sottile e tagliente, che entra sottopelle, che Flanagan (che qui si conferma definitivamente il vero talento dell'horror contemporaneo, altro che James Wan) costruisce con astuzia e perverso compiacimento.
Sai sempre che sta per accadere qualcosa, nei momenti in cui qualcosa sta per accadere, ma i tempi e i modi sono spesso sorprendenti, dilatati, e l'ansia cresce più nell'attesa che nel momento della rivelazione, come dovrebbe sempre essere e troppo spesso non è.
E allora torniamo alla domanda iniziale, quella che mi facevo mentre cercavo di porre rimedio alla paura rannicchiandomi ben bene sotto la coperta, ed evitando d'immaginare cose nella penombra: c'era davvero bisogno di fare di un libro di 240 pagine una serie da 10 ore?
Per quanto riguarda l'orrore puro, forse no, va detto.
Ma episodio dopo episodio, personaggio dopo personaggio, Flanagan costruisce un mondo denso e inquietante, spesso labirintico e ingannevole, dentro il quale ci si perde; e scava senza pietà nelle psicologie di personaggi che raccontano cose familiari, dove per "familiari" s'intende sia relative alla loro personale vicenda di famiglia, ma comuni e conosciute a chiunque di noi, che vi si può rivedere e rispecchiare.
Questo aiuta a far paura, certo, ma soprattutto è funzionale a quello che si rivela un disegno sorprendente, e che Flanagan svela solo verso la fine dell'ultima puntata della sua serie, senza che questo appaia frettoloso o posticcio.
Perché The Haunting of Hill House è qualcosa di più di una semplice serie horror, e riesce a esserlo completamente proprio perché ha il coraggio di essere puramente horror.

E allora, sui titoli di coda di quell'episodio, quando la tensione e il terrore hanno lasciato spazio per altri sentimenti, altrettanto forti, capisci che sì, alla fine quelle dieci ore di visione che a tratti ti sono sembrate ridondanti e superflue, erano se non del tutto necessarie, di certo ammissibili. Perché altrimenti a quel finale lì non sarebbe arrivato, non con la stessa efficacia, e forse non ci saresti arrivato nemmeno tu.
E capisci, soprattutto, prima di tornare a rannicchiarti sotto la coperta cercando di non immaginare cose nella penombra, perché hai avuto, per tutto il tempo della visione di The Haunting of Hill House, quella sensazione così forte di stare assistendo a uno show profondamente e sinceramente kinghiano.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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