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Revolutionary Road Recensione

Titolo originale: Revolutionary Road

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Revolutionary Road - la recensione del film di Sam Mendes

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Revolutionary Road - la recensione del film di Sam Mendes

Revolutionary Road - la recensione

Negli ultimi anni di cinema americano era decisamente difficile trovare dei lungometraggi che più di Revolutionary Road avessero così ben chiaro ciò che volevano raccontare, e successivamente riuscissero a trovare una maniera tanto efficace e compiuta per raccontarlo. Di fronte ad un simile esempio di lucidità cinematografica rimane sicuramente difficile sintetizzare un commento, costruire un’analisi in grado di contenere tutti i discorsi, estetici e contenutistici, che compongono l’opera stessa. Proviamo quindi a scomporre Revolutionary Road nelle varie parti che lo compongono, raccontando ognuna di esse nella sua specifica importanza.

La regia – Dopo l’esordio sicuramente sopravvalutato e premiato con l’Oscar di American Beauty, Sam Mendes si è dedicato alla ricerca più propriamente stilistica, che allo stesso tempo lavorasse insieme sia sull’eleganza che sulla sobrietà dell’immagine; ne erano venuti fuori due lungometraggi a nostro avviso più che interessanti ma fraintesi come Era mio padre e soprattutto Jarhead. Tornato adesso all’esplorazione delle dinamiche conflittuali interne al nucleo familiare, il regista è riuscito in un piccolo grande miracolo cinematografico, e cioè quello di fondere questo suo discorso estetico con una storia che è allo stesso tempo facilmente accessibile e successivamente ricca di sfaccettature e spunti drammatici. In questo senso Mendes riesce nell’impresa ammirevole di rendere Revolutionary Road un film in tutto e per tutto permeato della sua idea specifica di cinema, assolutamente visibile, ma anche un lavoro di eleganza assoluta, ed aperto alla ricezione del pubblico più vasto.

La sceneggiatura – Il primo, fondamentale ed insostituibile punto di forza della storia è l’ambientazione: la provincia americana degli anni ’50 in tutta la loro ambiguità. Il boom economico e la conseguente agiatezza della middle class ha avuto come effetto una ridiscussine delle dinamiche del nucleo familiare, in cui l’uomo perdeva il suo ruolo preminente e “necessario” per il sostentamento del gruppo, e quindi iniziava a soffrire delle insicurezze e delle nevrosi che pian piano porteranno ad una radicale ridiscussione dell’intero concetto di famiglia. Questo è il nucleo fondamentale sia del romanzo di Richard Yates che dell’adattamento scritto da Justin Hayte, che già aveva dato prova di saper comporre ottimi chiaroscuri psicologici con il suo precedente script portato la cinema, In ostaggio di Peter Jan Brugge. Ruotando intorno a questo conflitto interno, la vicenda intima dei coniugi Wheeler viene scandita con una progressione drammatica e drammaturgica di precisione impressionate: ogni elemento narrativo è perfettamente inserito dentro una trama lineare e densissima, un meccanismo ad orologeria capace di scorrere implacabile ed insieme di proporre allo spettatore tutta una serie di raffinatezze di scrittura,che vanno dai dialoghi alla costruzione minuziosa di situazioni realistiche. Ma non è solo la trama a funzionare in Revolutionary Road, ci sono anche personaggi impagabili: se era facile immaginare che le due figure principali venissero delineate con estrema accuratezza, non era invece prevedibile trovare ad esempio un comprimario geniale e dolente come il “fool” che sbatte in faccia a tutti la loro debolezza e soprattutto la loro ipocrisia.

Gli attoriKate Winslet è un’attrice impagabile, che con questa prova dimostra di aver aggiunto al suo bagaglio una maturità che la rende davvero completa. La compostezza della sua interpretazione lascia trasparire in filigrana tutto il dolore interiore di April Wheeler, raccontato attraverso una sobrietà che è esclusiva soltanto delle interpreti di razza sopraffina. Leonardo Di Caprio è a dir poco sorprendente: l’aver recitato insieme a Nicholson in The Departed deve senz’altro avergli giovato, perché in alcuni momenti si lascia andare ad un istrionismo perfettamente funzionale al  ruolo, caratteristica peculiare del grande Jack. Ed insieme a questo, Di Caprio si rivela perfetto per la sua parte in quanto capace, come la suo solito, di dipingere tutta la debolezza e la frustrazione di Frank, uomo che dietro i valori familiari nasconde la sua tragica immaturità (straordinaria perla di cinema: notate dove è ambientata l’ultima inquadratura in cui compare Frank…). Tra i comprimari vanno citati senza alcun dubbio Kathy Bates e Michael Shannon, madre e figlio nel film, magnifici nell’esplicitare gli opposti modi di vivere sulla propria pelle le tensioni che sono l’anima de racconto.

Il cast tecnico – Ogni volta che Roger Deakins, il più grande direttore della fotografia in circolazione, sembra aver proposto il meglio del proprio lavoro, ecco che torna a sorprenderci con un altro film. Nessuno come lui riesce a rendere elegante e naturale il set più sobrio, dimesso; anche in Revolutionary Road la luce di ogni inquadratura rende la stessa un qualcosa da gustare senza dover necessariamente fermarsi ad ammirarlo, uscendo quindi dall’empatia con la storia. Deakins è un genio cinematografico assoluto, e questo film lo conferma ancor di più. Altro elogio va speso per le scenografie di Kristi Zea, accuratissime ed insieme vive, “calde”, capaci quindi di rendere per contrasto ancora più tristi e spaventosi i personaggi che agiscono al loro interno. Unico appunto che forse può essere mosso all’opera sono le musiche di Thomas Newman, valevoli ma forse adoperate in maniera vagamente ridondante, soprattutto nella parte finale.

Queste sono le parti che compongono Revolutionary Road, un lungometraggio talmente prezioso che è difficile da sviscerare totalmente, che è molto di più di quanto raccontato qui sopra.

Revolutionary Road
Il trailer del film diretto da S. Mendes con L. DiCaprio e K. Winslet
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Adriano Ercolani
  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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